Pivello
Estate di un paio di secoli fa.
All’epoca ricordo che la villetta comunale adiacente la mia dimora era esageratamente fatiscente. La casetta-bar in condizioni pietose e la vegetazione ai limiti della visibilità. In giornate particolarmente calde si poteva anche avere la sensazione di udire l’urlo di Tarzan o di vedere lucertole che intanto con la canicola si erano trasformate in alligatori. Erano gli anni in cui lì dentro si poteva trovare di tutto. Anche un vagabondo dimenticato da Dio, la serie completa di qualche rivista porno o un kit completo di condom bucati o di siringhe da infermiere. Senza sorveglianza e senza alcuna cura. Una foresta nel centro del paese.
In quella stagione mia madre, impossessata dal raptus del cambiamento (ho scoperto che è una predisposizione di molte donne di casa), dopo aver voluto spostare (nel senso che noi abbiamo dovuto spostare) tutti i mobili dal salotto alla sala da pranzo e dalla sala da pranzo di nuovo al solotto(perchè le infasidiva la posizione del sole che dalle 16 alle 16:30 poteva rovinare il legno di quelli più vicino la finestra), decise, con somma gioia di mio padre, di mettere i parati nella sua camera da letto la cui finestra affaccia proprio sulla villetta-jungla di cui sopra(e che c’entra mi direte. Mò c’arrivo).
In un pomeriggio di quella estate con mio fratello mi divertivo a giocare con una pallina da tennis nella stanza da letto dei miei. Quella camera era completamente spoglia. Svuotata e priva di ogni quadro, armadio o altro oggetto. Di li a poco avrebbero messi i tanto amati parati.
Era in corso uno di quegli uragani estivi che ogni tanto da queste parti si fanno sentire, per cui cosa c’era di meglio di un comodo mini campo di calcio in casa, poichè fuori non si poteva giocare?
All’epoca mi cimentavo come portiere, non perchè sia mai stato particolarmente bravo, ma solo perchè i fratelli minori hanno l’ingrato compito di far divertire i maggiori. A piedi scalzi ci prendevamo a pallettate e nella gara dei rigori mio fratello non riusciva a segnare un solo gol. La pallina era piccola e pesante per cui il rumore dello scontro col muro provocava tonfi tipo Squash. Pam, pum…pam,pum. Una serie interminabile di rigori e il gol non arrivava. Io ridevo e deridevo chiassosamente. E mentre mi accingevo a parare l’ennesimo penalty, una voce all’improvviso fermò quel trambusto. “Posso provare io a bucarlo quel pivello?”. Gianpaolo(il figlio di amici di famiglia) attirato dalle urla, dalle risate(le mie) e dai rumori aveva lasciato la cucina in cui c’erano i genitori (notoriamente tirchissimi) per una visita e incuriosito si era diretto verso il mini-campo. E baldanzoso, gagliardo e con voce da bullo ripose la stessa domanda: “Posso tirarlo io un rigore, pivello? Eh,eh”. Gli risposi che per lo meno doveva togliersi gli zoccoli. I dottor Shulls erano di legno e pesanti e potevano far male qualcuno. Lui invece, sicuro e ancor più spavaldo di prima mi accertò che non poteva esserci alcun pericolo. Sapeva il fatto suo. Si creò un atmosfera apocalittica, da mezzogiorno di fuoco, come i film di Clint Eastwood. Mancava solo quel “paraparapà”, motivetto tipico di quei film. La pallina gialla posizionata ferma sul dischetto immaginario. Guardavo i pali (cioè, da un lato la fine della parete e dall’altro lo spigolo della finestra) nervosamente e una gocciolina di sudore scendeva dalla fronte. Mio fratello con gli occhi sbarrati. Gianpaolo con espressione sempre più indisponente. C’era molta tensione. Partì nella rincorsa (a dire il vero un pò goffa), distese il piede verso la palla e……………….BUUUM! La palla si va ad infilare nel angolo in basso, imparabile anche per Dasaiev, mostruoso portiere russo di quei tempi. Neanche il tempo di capire e quell’ attimo di tensione e di silenzio venne letteralmente “rotto” dal rumore del frantumarsi del vetro della finestra. Lo zoccolo era partito per un lungo viaggio senza far mai più ritorno. Era finito tra le fauci di qualche baboab nella villetta comunale. Gianpaolo noncurante dell’accaduto esplose in un “GOOOOOL” con relativa corsa forsennata alla Marco Tardelli e con trenino alla Joao Paulo senza rendersi conto di ciò che aveva combianato. Tutto quel casino spaventò mia madre e i suoi genitori che immediatamente si fiondarano nella stanza in cui eravamo. Appena saputo l’accaduto e constato il danno sua madre svenne (perchè s’era perso lo zoccolo) e poco dopo seguì le sorti della signora il padre(perchè pensava che avrebbe dovuto pagare il vetro). Fu mobilitato mezzo mondo. Televisioni, elicotteri, Protezione civile, vigili del fuoco, Carabinieri, Polizia, Genio artificieri, Rambo…Niente? Lo zoccolo di Gianpaolo non fu mai più ritrovato. Si narra che sia stato rubato da Tarzan.
Dopo più di 25 anni, la madre anche dopo il disboscamento ancora non ha perso le speranze di ritrovarlo. Il padre smontò il finestrino della sua 124 per riparare all’errore del figlio. E la cosa che mi lascia perplesso più oggi, Gianpaolo quando m’incontra per strada ancora esulta per quel gol, chiamandomi “pivello”.