
Era il diciannovesimo giorno di cammino, mi trovavo a Leon in uno di quegli albergue enormi in cui si contavano almeno 100 posti letto. Avevo passato da poco il deserto ed erano 10 giorni che Fulvio mi aveva lasciato, per cui oltre Carolina, una ragazza di Udine con la quale mi accompagnai per un pò di tempo, non potei parlare con nessuno, se non il mio pessimissimo inglese con koreani e francesi. Mi arrampicavo sugli specchi per farmi capire. Mi ricordo che anticipai il mio arrivo in città, perchè da lì a poco avrei incontrato Ciro, che intanto mi stava raggiungendo con un aereo dall’Italia. Passeggiai tutta la giornata, tra piazze immense, fontane, palazzi e parchi in cui c’erano bambini e anziani che lanciavano delle grosse sfere di pelle su grossi birilli tipo bocce. Fino a quel momento avevo camminato e mi ero comportato da perfetto pellegrino, e ciò non mi costava, perchè sentivo di farlo e di essere così. Siccome avevo vagato abbastanza, mi prese la fame e così decisi di fare uno strappo alle mie regole: mangiai in un mc donald. Forse perchè questo mi avrebbe avvicinato un pò alla mia realtà assurda che volente o nolente mi mancava. Dopo zuppe castigliane e spezzatini di vario tipo che avevano rappresentato la mia cena, quella volta rimpiazzai con un mac bacon e una coca-cola…Ancora non era buio, e mi resi conto però, che il problema non era quello. Non sarebbe stato un panino con ketchup e mayonese a farmi ritornare per un pò nelle braccia della mia vita…
Avevo superato da poco la metà e stare completamente da solo per intere giornate mi aveva fatto bene, anche perchè avevo superato un pò di problemini ai piedi e un brutto virus contenuto nell’acqua delle fonti per strada, ma lo stare soli comporta anche prima o poi l’esigenza di occupare la mente con qualcosa di postivo che hai nella tua esistenza. I giorni su quelle strade sono interminabili, specie quando si arriva nel pomeriggio negli ostelli e non si trovano persone che hai conosciuto prima. E se non ti distrai ti appendi a ciò che ti è più caro.
A Leon ci arrivai davvero stanco e probabilmente l’idea che il giorno dopo avrei incontrato il mio amico, mi mise addosso una certa ansia. Forse perchè nelle passate tappe avevo accumulato un bel pò di pensieri e dilatato un bel pò di vuoti…
Dopo aver cenato, smania e debolezze mi portavano a pensare a ciò che fino a quel momento mi aveva sempre risollevato. Un pensiero che mi accompagnava e proteggeva. Uno dei pochi pensieri buoni che avevo portato lì con me. Era ciò dal quale realmente non mi ero staccato, anche se non l’ammettevo. Per me era una necessità per non soffrire la solitudine. Mi aiutò.
Solo dopo, alla fine, tornando a casa, capii con tristezza che era solo un’illusione. Un’invenzione della mia testa. E quando compresi nel mio cuore la verità, in quell’istante, compresi che ero tornato effettivamente alla mia realtà, in cui cinicamente si prosegue. Oggi mi rendo conto di pagare ancora quella disillusione, brucia ancora. Non è bello scoprire di essere il padrone assoluto del niente…Ma la domanda che mi pongo è: può qualcosa aiutarci, sostenerci e farci andare avanti nei momenti peggiori e poi scoprire che non esiste in modo da farci perdere il sorriso? E’ il solito paradosso.
A volte ci sono cose o persone che passano molto vicino, ci sfiornao, ci guardano dentro e nella loro totale inconsapevolezza e superficialità ci modificano.
A Leon, ti pensai, ti cercai, ma intanto ti avevo già perso…
In questi giorni mi sta accadendo qualcosa di simile e purtroppo non ho con me quei bei pensieri. La realtà me li ha sbriciolati. Domani me ne vado in un burger king!!!!