Fuori i secondi
Ecco. La luce.
E’in fondo al corridoio. Ci vuole ancora un pò, saranno altri 50 passi. Non ci sono, ma già sento urlare quella massa di sbronzi e reietti. C’è puzza di alcool dappertutto e di sicuro ci sarà qualche fuori programma. Dietro è buio, ma non voglio voltarmi, non c’è più niente da guardare. E’ roba che ho gettato, non la indosso più. Nello spogliatoio ho riflettuto molto. Ho tenuto un pò di tempo per me. Ho guardato fisso le mani e ho pensato inghiottendo che non sono più le stesse, pur sforzandomi di immaginare il contrario. Ci sarebbero troppi segni da cancellare e tremolii da fermare. Ho pensato ai miei match, al sapore forte delle mie vittorie e quello acre e feroce delle sconfitte. Ho pensato a tutti quelli che sono passati. Ai loro volti. Ho pensato tanto, anche a questo momento. Quello lungo, interminabile, che ogni volta mi porta lentamente fino alla porta spalancata, fino alla luce. Fino a lì, il passaggio è sempre lo stesso. Buio, stretto, in cui l’unico rumore che si può sentire è l’accartocciarsi dei nostri passi mentre s’inzuppano nella poltiglia di acqua e piscio sul pavimento, poi dopo, dopo la porta, si recepiscono sensazioni sempre diverse. Ogni volta mi aggiungono qualcosa…Eh, gli anni sò passati. Se ci penso. Se penso a come era tutto diverso prima, anche il coach, anche il mio modo di guardare. Qualche immondo nello sfogare la sua rabbia potrebbe gridando anche sputarmi in faccia, beh, ci sta anche questo. Un pò di tempo fa non l’avrei accettato, forse perchè in fondo ne avevo il terrore, me lo sarei mangiato a morsi. Tutto ciò che mi girava intorno cambiava il mio udito, il mio olfatto, cambiava il mio modo di sentire. Questo mi infastidiva. Entravo sul ring già stanco, come se avessi incassato un paio di ganci allo stomaco e un paio di diretti in pieno viso senza che nessuno mi toccasse. Il pensiero aveva già evaporato la sua forza. Ero troppo arrabbiato con chi mi fischiava, con chi mostrava il proprio odio. Anche l’arbitro poteva essere un potenziale nemico. L’ultimo dei miei pensieri era l’avversario, che puntualmente affrontavo scarico e sempre nella stessa maniera. Testa bassa e incoscienza. Ma oggi come ieri, non sono mai salito su un ring sapendo il mio destino.. Quell’attimo è un concentrato ingarbugliato di pensieri e istinti velocissimi. Impossibili da acchiappare. Impossibile da descrivere.
No, no, non sono mai stato un campione, anzi. Ne ho persi tanti di incontri. Una marea. In molti casi è bastato anche un solo round. Due spintoni e un colpo nemmeno troppo violento ed ero già lì disteso a cercare la spugna, contando quegli infiniti 10 secondi prima del liberatorio gong. In altri incontri invece, è capitato di partecipare ad autentiche battaglie, quelle in cui non ci si risparmia, dove bisogna stare attenti anche a non beccarsi qulache colpo basso, ma è raro che uscissi sano e soprattutto col braccio alzato. Capitava troppo di rado che mi concentrassi solo sull’avversario. Non conoscevo nemmeno il suo nome…
…come ora.
Ecco, la luce.
