Uscì velocemente lasciandosi il portone aperto alle spalle. Noah, intanto, stanca e in lacrime, si era afflosciata sul divano nel salone. Era pomeriggio inoltrato e la città brulicava di persone. Tra signore assorte nello shopping e passanti di ogni genere, i marciapiedi erano difficilmente transitabili anche da una formica. Agenor si mescolò tra la folla trascinandosi dietro un trolly nero e con lo sguardo basso e apparentemente teso, cercò di divincolarsi dal continuo intreccio di gambe e braccia che gli si mescolavano addosso, tenendo sempre saldamente nella mano il suo bagaglio. Dopo poco, entrò senza esitazione in un bar piccolo e sporco. Non ordinò un caffè, nè altro, ma si sedette ad uno dei tavolini liberi e chiese solo un giornale probabilmente per rilassarsi un pò. Sfogliata qualche pagina, iniziò a guardare l’orologio prima con un certo distacco, poi, con più nervosismo, fino a diventare impaziente. Ogni attimo gli poteva sembrare un lasso di tempo insostenibile. Finquando una coppia non varcò la porta d’ingresso e andò ad accomodarsi proprio accanto al suo tavolino. Improvvisamente rasserenatosi, decise di prendere un caffè molto lungo però, solo dopo aver assistito all’ordinazione dei due individui vicini.
Lui è Chris, un bel ragazzo con l’aria sveglia di quasi trent’anni, riccio, bruno e due grandi occhi azzurri. Lei è Evert, invece, una signora bionda di mezza età, alla quale qualche anno in più tranquillamente gli si potrebbe dare. Non ha alcuna classe o grabo, anche se dalle movenze e dagli atteggiamenti si da arie da donna di grandi salotti. Ha profonde rughe, irrimediabilmente camuffate da possenti tocchi di fard e una voce stridula e profonda, tipica dei fumatori incalliti. Da subito si misero a discutere animatamente.
Evert, che dalle sembianze poteva sembrare la madre, iniziò ad inveire e ad usare parole infuocate nei confronti di Chris. Tutti i suoi discorsi partivano da parole con toni di voce molto alti ed accesi per poi scemare e terminare in bisbigli farfugliati colmi di rabbia. Agenor continuava a restare silenzioso quasi da risultare assente, pur tirando fuori il naso costantemente da un lembo del giornale che intanto continuava a far finta di leggere. L’unico movimento che si consentiva, oltre a quello di girare le pagine, era di allungare la mano verso il basso per controllare l’esistenza e l’integrità del suo trolly. Nonostante la fiumana di gente che continuava ad ingrossarsi fuori, il bar era semi deserto. Due dei sei tavolini erano occupati e vicino il bancone si poteva notare solo qualche cliente di passaggio per un caffè o per una spremuta fugace. L’ambiente era tetro e per niente accogliente e nemmeno il barista poteva sembrare un campione della comunicazione. Sempre con l’aria stonata e con le mani nell’acqua a lavare tazzine. Le furibonde e decrescenti urla di Evert avevano, molto probabilmente, movimentato quella che era la routine lenta e scialba di quel bar. Chris tentò in tutti i modi di calmare la sua compagna di tavolino e molto imbarazzato si girava prima a destra e poi a sinistra per capire quante persone stessero assistendo a quello spettacolo fuori programma. Confortato dalla esiguità della clientela, in un batter di ciglia, tirò fuori dalla tasca della camicia una fotografia e la piazzò al centro del tavolino, in mezzo alle tazze di caffè e le bustine stracciate di zucchero. Questo gesto veloce pietrificò la signora che, ancor più celermente, afferrò l’istantanea, la osservò e cominciò un pianto a dirotto. Sconsolata e finalmente silenziosa, Evert tirò fuori dalla borsetta un considerevole mucchietto di banconote accartocciate e le porse al giovane prima di lasciare nel bar un nausabondo odore di lavanda. Immediatamente dopo Chris fece lo stesso ed un secondo dopo anche Agenor, non prima di aver recuperato il suo trolly e di aver scambiato un occhiolino d’intesa con l’apparente tontaggine del barista. Il quale, dopo quella veloce processione, si affrettò a tirare fuori uno spray che coprisse quell’odore vomitevole.
Agenor, vistosi rallentato dalla immensa calca, imbracciò il trolly e iniziò a correre…
Chiunque voglia, può continuare a scrivere questa assurda storia…