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In treno | Salviamo Peter Pan

In treno

Posted by lapo2001 on nov 4th, 2009

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Salgo velocemente sul treno. Sono in ritardo, come al solito. L’aria milanese stamattina non è particolarmente fredda e il bagaglio che mi porto dietro è come se c’avessi infilato una scogliera dentro. Ho caldo e sudo vistosamente dopo questa corsa forsennata contro il tempo. Entro affannato nella prima carrozza e mi dirigo verso la sesta, la mia. Spingendo un pò a destra, comprimendo un pò a sinistra scanso molti signori ancora in piedi che cercano di sistemare al meglio i propri bagagli. Supero la prima classe dell’ AV e giungo alla quarta carrozza. Una opulenta signora ha bloccato completamente il piccolo corridoio. Mentre il suo corpo per niente filiforme è incastrato tra i due soeggiolini laterali si ostina a voler far entrare nello spazio per le valigie soprastante la sua che più o meno il doppio della dimensione dello scompartimento. E’ come se lei, che ha un fisico come quello di Platinette, volesse entrare in un vestitino succinto della Belen. Un pò come ciò che le sta accadendo ora in mezzo a questo corridoio. Una grossa petroliera arenata tra gli scogli. Un giovane alto quanto la mia valigia cerca di aiutarla salendo sulle punte, mentre un anziano signore dal tipico accento nordico, seduto comodamente, smette di leggere il quotidiano e dice divertito: “Aò, nun vedi che nun gliela fà? Ce vorrebbe na sega pee quelle valiggie. Ahahah”. Inizia una discussione a cui evito accuratamente di partecipare. Mi siedo nel primo posto utile e attendo che la strada si liberi dal traffico. Ma non c’è nulla da fare. Il ragazzo nano mai domo inizia con una teoria fisico-tecnica per spiegare partendo dalla deriva dei continenti quali debbano essere i movimenti giusti e la strategia esatta per far entrare la valigia in quello spazio e contemporaneamente districare la signora dalle fauci dei perfidi seggiolini. Mi arrendo all’evidenza, mi tolgo il giubbotto e inizio a fare le solite parole crociate.
Non riesco a concentrarmi. I vicini di posto sono nel bel mezzo di una discussione sulla crisi economica mondiale che sta colpendo anche i loro settori: le case di moda. Li ascolto con distrazione. Lei è seduta accanto a me. Non riesco a vederla bene, è troppo vicina. Ha una voce rude e profonda, sembra che le sue parole provengano dalle caverne dello stomaco. Rimbombano. Mi sembra che abbia dei grossi gioielli sparpagliati per il corpo. Orecchini pendenti e se non sbaglio una doppia catena al collo. Di sicuro una indecifrabile mano guarnita di anelli di ogni dimensione e razza e un bracciale d’oro che immagino partire dal gomito. Sento forte nell’aria un odore di lacca misto a un nauseabondo profumo al cocco. Mi disgusta. Lui, di fronte a lei, invece riesco chiaramente a vedere. Ha un filo di barba brizzolato appena pronunciato e un bel pantalone beige a quadri leggermente rossi. Sono gli unici due particolari maschili che riconosco. Un piccolo pearcing sul naso, una collana assai bizzarra rosa schocking, un leggerissimo trucco agli occhi, una camicia verdina strettissima stropicciata, le movenze, la voce e l’aria di una baronessa dell’alta società fiorentina.
Il loro dialogo è incentrato sulle presunte capacità delle altre case di moda nel superare questo periodo di crisi.
“Io non ci cvedo che quella lì, quella smovfiosetta abbia venduto tutti quei capi. Li tvovo così pacchiani e senza cuove. Senza pavlave di lei. Della signova ha solo i soldi del mavito, eh”, le parole della signora mia compagna di spalla. E lui(cioè lei, insomma lui-lei)assai snob: Hosa pensi hhe sia ahhaduto? Avrà fatto hualhhe altro piacere ai suoi amihhetti politici? Lo sai hhe ambenti frehuenta, si dà da fare, hella sgualdrina(in realtà ha usato un altro irriferibile termine)”.
Molto annoiato dalle gelosie di queste due isteriche, approfitto della strada che finalmente si è liberata(la signora è stata disancorata e la valigia posta fuori gli scompartimenti, vicino ai wc) e torno alla ricerca del mio reale posto.
Dopo poco sono nei suoi pressi. Di fronte a me un signore che dorme beatamente e ai finestrini ci sono due ragazze molto giovani che smanettano con i propri cellulari.
La prima: “Guarda Stefy, Francy ha pubblicato le foto della festa di Roby su fecebook. Oddiodiodio. Guarda in questa come sono venuta male, non si vede nemmeno il tatuaggio che ho sotto l’orecchio(un delfino per l’esattezza). Me lo copre la mano di Mary, quella str**** l’ha fatto a posta. E guarda in quest’altra. Avevo da poco posato la borsa nuova di Gucci e la marca “HeM” del cappellino è storta. Oddiodiodio”. L’altra interviene: “Dobbiamo subito avvertire Miky e farle mettere le foto della festa di Gabry. Lì c’eravamo fatte da poco la lampada e poi, Rossy è bravissima con le fotografie”.
Non essendo in grado di ascoltare ancora altro sull’argomento mi ostino a concentrarmi sui cruciverba.
Pochi istanti e le ragazze dal parlare giungono allo starnazzare. Prima facendo sentire anche ai treni che provengono di fronte, tutte le suonerie che i loro cellulari sono in grado di emettere e poi, con una risata lunga e irritante da Bologna sino a Firenze. Argomento: il Grande Fratello. Precisamente le nefaste sorti di un omosessuale che è nella casa. Se non ho capito male, i maschi uniti hanno minacciato di deorecchizzare il suo leprotto di peluche, se tutte le ragazze(quindi anche lui) non avessero fatto tutto il loro volere. Non conosco l’epilogo di questa avvincente storia. L’uomo di fronte a me continua nei suoi meravigliosi sogni ed io qui, costretto a sentire il suo ronfare e la sfiga di un coniglio di lana, il cui destino infame gli propone o un padiglione mancante o gli abbracci e i baci di una mamma ossessiva.
Sono nervoso e decido di emigrare altrove. Riindosso il giubotto, prendo il bagaglio e vado avanti. Alla stazione di Roma Termini, trasporto il mio quintale di piombo sino alla ottava carrozza, di fianco al bar. Il treno riparte ed io mi siedo in uno dei posti liberi, vicino a due persone che apparentemente non mi sembrano vogliosi di parlare, tanto meno di fare amicizia. Il primo legge il giornale(City, quello che si trova ovunque), il secondo è concentrato al pc. Mi sembra l’ideale atmosfera per riprendere la mia consueta settimana enigmistica. Dopo pochissimo però, mi accorgo che i due sono conoscenti. “Ma ti rendi conto? Marrazzo, il governatore (mentre lo dice si riempie la bocca) del Lazio si faceva la cocaina e andava a farsi gingillare dai trans?Ma ti rendi conto? Non è meglio lui (riferendosi al presidente del consiglio) che va a mignotte(testualmente)?”. L’altro: “Ma che stai addì?Almeno Marrazzo ha avuto er coraggio de dimettesse. Mica come er nano che va co’e pischelle, rubba e sta sempre llà”. Ancora il primo: “Tu hai la Ferrari e fai il comunista. E poi, siete solo invidiosi perchè lui c’ha le televisioni e non va con i trans”. Ancora il secondo: “Ma che ce ‘mporta delle televisioni?! ffà ‘e leggi come glie pare, solo pee interessi sua e poi in Europa ce fa ride dietro. E poi, va ********(intendendo dire che si lascia sollazzare da avvenenti donne dai facili costumi)”. Questo accesissimo e interessantissimo confronto di “politica” si dilunga sino a Napoli (con mia somma gioia). Esausto, decido masochisticamente di rimanere al mio posto(nel corso di quella ora e mezza si sono toccati i più svariati argomenti: dal potere occulto di Fabrizio Corona ai continui gossip di Vieri e Dj Francesco, sino a giungere addirittura alle estrazioni truccate del super-enalotto).
Scendo dal treno ancor più velocemente di come sono salito con un unico desiderio…il silenzio.
Salgo in Circumvesuviana. Sono passate le 2 e mezzo. Milioni di studenti salgono alla Stazione di Piazza Garibaldi. In piedi, spiaccicato in un angolo del vagone sono costretto, in quanto reso immobile, ad ascoltare la discussione di un manipolo di giovanissime universitarie sull’ultima moda del momento: Farmville. Un gioco multimediale in cui si diventa allegri agricoltori col dovere di curare il proprio campo e la propria fattoria. Una sorta di Tamagoci ecologico. Più di 40 minuti di tortura: i cavolfiori vanno innaffiati ogni 4 giorni e le vacche lasciate libere nei campi almeno sino al tramonto. Il latte va munto al mattino presto e Heidi non deve rompere le scatole con le sue pecore…

Finalmente sono a casa. La settimana enigmistica linda e pinta. Un fortissimo mal di testa.
Non ci sono più i treni di una volta.

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2 Responses to “In treno”

  1. 1
    MichaelC Says:

    Per la prossima volta ti consiglio un bel I-Pod, ti metti le cuffiette nelle orecchie e non senti + nulla. Un pò di musica classica oppure una bella compilation di colonne sonore e il relax è assicurato anche se fuori c’è la 4 guerra mondiale.

  2. 2
    lapo2001 Says:

    Mic, hai ragione, ma in un post precedente(sempre ambientato in treno)ho descritto la mia sfiga con l’i-pod. All’epoca si scaricò, questa volta l’ho dimenticato a casa.

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