Piccola stella senza cielo
Quanti sorrisi sparpagliati in mazzo a quei volti. Si sprecano. L’energia che cerca il momento propizio per esplodere mentre gli sguardi si spostano veloci da occhi distanti ad altri occhi ancora più lontani. Sono bui. Mi osservano come volessero mangiarmi. Ma oltre l’iride e la cornea cedo allo sprofondo buio pesto e riprendo la mia maschera migliore mostrando il sorriso più coinvolgente e distaccato. Chissà se capirà che me ne fotto…
Cos’è che cerco? Cos’è che manca?
A volte mi perdo sul balcone. Mi capita quando sono solo in casa. Lascio che la mente si impadronisca dei monti e vada oltre i gabbiani, oltre le nuvole e che dopo aver esplorato in lungo e in largo i colli circostanti e gli abissi del mare che accompagna questa terra, mi riporti indietro il giusto giorno buono per usare la giusta forza. Che nel mentre continua a palpitare sangue in vene che non lo sostengono più, cercando una via di fuga.
Un bicchiere che non ha mai conosciuto l’acqua si sposta a tratti dalla tavola alla mano, dalla mano alla bocca. Cerca di nascondere vecchie ferite scomparse ma che ancora si fanno sentire. Nell’altra mano una sigaretta che va su e giù e che avalla questa illusione. È tutto perfetto, sono immune: un cocktail, una fumata, il vestito più elegante, il sorriso sincero agli orbi e…e il pensiero sulla luna…
Stavolta dove mi sono infilato? Ma cosa cerco poi? Cosa manca?
Dove sono attaccato? In quale quadro o schema posso ritrovarmi?
Nell’ultimo ero ad un elegante banchetto tra stimabili persone, invece, in quello precedente, ero seduto ad un tavolo verde tra risate, pazzi e carte consumate e in quello ancor prima ero su un elicottero a cercar stelle e improbabili vie lattee. E ora? Dove sono? Sempre seduto o magari sto ballando?
Attaccato ad un sogno. Mentre il fiume continua a scorrere come fa da quando esiste, così come questa alba che appare nuova quando non lo è mai stata. Sì, attaccato ad un sogno mentre tutto scorre inesorabilmente, altrimenti nulla avrebbe senso. Nemmeno questa ferita che attende solo di essere dimenticata magari, esplodendo, nel mio quadro più bello…quello senza maschere e sorrisi stretti…quello sulla luna in un mare di stelle e un filo…
Piccola stella senza cielo
Cosa ci fai
In mezzo a tutta
Questa gente
Sei tu che vuoi
O in fin dei conti non ti frega niente
Tanti ti cercano
Spiazzati da una luce senza futuro.
Altri si allungano
Vorrebbero tenerti nel loro buio
Ti brucerai
Piccola stella senza cielo.
Ti mostrerai
Ci incanteremo mentre scoppi in volo
Ti scioglierai
Dietro a una scia un soffio, un velo
Ti staccherai
Perche’ ti tiene su soltanto un filo, sai
Tieniti su le altre stelle son disposte
Solo che tu a volte credi non ti basti
Forse capitera’ che ti si chiuderanno gli occhi ancora
O soltanto sara’ una parentesi di una mezz’ora
Ti brucerai
Piccola stella senza cielo.
Ti mostrerai
Ci incanteremo mentre scoppi in volo
Ti scioglierai
Dietro a una scia un soffio, un velo
Ti staccherai
Perche’ ti tiene su soltanto un filo, sai
Ligabue
abue
T’immagini…Buon 2012
T’immagini se i Maya avessero ragione. Se da domani davvero da domani tutti quanti smettessimo…
Questo 31 Dicembre sarebbe l’ultimo. Ultimi auguri, ultimi brindisi e sorrisi di festa.
Cosa dovremmo augurarci? Se da domani cominciassimo a pensare che il tempo stia per scadere. Un’altra primavera, un altro bagno a largo dei Galli e un altro compleanno per poi salutarci. Chissà come saremmo? L’ultima carezza al gatto, l’ultimo pranzo coi suoceri e l’ultimo bacio alla donna che abbiamo amato più delle altre. Forse si vivrebbe più intensamente. Forse non faremmo più guerre, perchè non sapremmo più a chi lasciarle, così come le eredità e i pacchi che da millenni di generazioni ci portiamo dietro. Meno di 12 mesi per fare tutto ciò che manca. Non ce la farei mai. Sai che ansia? Ho ancora troppi “ti voglio bene” e troppi “vaffanculo” da dire, ma di sicuro qualcosa in più farei.
Spero che i Maya quel giorno fossero ciucchi o che proprio in quel momento abbiano scoperto la cannabis. Con tutte le controversie e i dispiaceri che possono investirmi, questa vita mi piace e me la voglio tenere stretta, ma magari se tutti, ma proprio tutti, da domani, da domani davvero smettessimo…forse andremmo tutti di corsa ancor di più, o forse inizieremmo a rallentare, forse, ma forse, vivremmo meglio…forse pure Monti ci farebbe un baffo…
Buon 2012
Pensieri di fine anno
Tutto e il contrario di tutto.
Cosa ho imparato in questo 2011. Se faccio dei riferimenti al passato sono un dietrologo. Se invece parlo del futuro con ottimismo sono un esaltato e devo tenere i piedi per terra. Se ne parlo con pessimismo sono un gufo e non mi danno la patente del vero tifoso. Se parlo bene di De Laurentiis ho l’anello al naso e sogno un accredito o un Natale a Cortina, se ho da fare una critica o rivelo fatti realmente accaduti sono un disfattista nichilista, un invidioso o un ladro.
Se mi rapinano in via Petrarca, mi si dice “Napoli è una città di merda”. Se “capita ovunque”, mi si dice perché non è accaduto a Napoli.
Se penso alla Giuve e al campionato, sono un cinico provinciale. Se penso al Chelsea e godo al “The Champioooons”, resto un illuso.
Se dico “dalla C alla Champions in soli 5 anni”, sono ridicolo e devo guardare avanti. Se dico “siamo a -6 rispetto alla scorsa stagione” è chiaramente finito un ciclo e devo essere realista e rassegnarmi.
Se Dela manda a cagare l’intera Lega Calcio scappando senza casco, è un cafone. Se Moratti manda a cagare Rocchi scappando senza la cintura, è un gentleman. Se lo zio Walter, l’unico Edu che conosce è il figlio del presidente, è perché Vargas non gliel’hanno mai presentato. Se lo conosce, è perché Luis Enrique è già seduto sulla nostra panchina.
Se Mazzarri si presenta in conferenza stampa…era meglio che stava zitto. Se non si presenta…è stato un maleducato e ci deve delle scuse. Se decide di fare il turn over, è un presuntuoso megalomane. Se decide di non farlo, non si fida dei sostituti e lo spogliatoio si spacca.
Se Santana si fa espellere a Catania e compri Fideleff e Chavez, la campagna acquisti è un disastro e Bigon deve dimettersi. Se Dzemaili pareggia a Novara, Inler segna a Villarreal e mi porti il Genio dal Cile, bravo Riccardino, però io li avrei spesi diversamente e avrei tenuto Denis, Pià e Russotto.
Se Vargas viene a Napoli e ha la 17, è perché Lavezzi e Hamsik sono stati già ingaggiati dal Grande Fratello neroazzurro. Se Vargas non viene a Napoli, è perchè hai letto Tuttosport.
Se il Napoli vince è perché gli altri non hanno capito che sappiamo fare solo il contropiede. Se perde è perchè sulla bolletta Doni aveva messo 2 fisso. Se ci ubriachiamo 3-0 a Milano, siamo da scudetto. Se pareggiamo a Cagliari, siamo da retrocessione.
Se Pandev a Cesena si mangia un gol allucinante è una pippa. Se mi segna con una giravolta spaziale a Buffon è un fenomeno. Se a Verona e a Bergamo Lavezzi non gioca e non vinciamo, siamo Pocho-dipendenti. Se non gioca col Genoa e facciamo 6 gol, abbassiamogli il limite della clausola rescissoria.
Se non gioca Lavezzi, perché infortunato o perché ha sputato, Hamsik sale in cattedra. Se non gioca Hamsik, benchè in campo, Lavezzi gioca anche per lui. Se si fosse fatto ammonire dopo l’infortunio, la squalifica l’avrebbe scontata col Genoa. Se si fosse fatto ammonire, l’avremmo crocifisso.
Se Cavani fa una tripletta, porta il pallone a casa e il suo nome riecheggia al San Paolo per sette volte. Se De Sanctis para un rigore, porta a casa un paio di complimenti e il suo nome lo leggiamo sui giornali solo il giorno dopo.
Se il portiere del palazzo non fosse giuventino, questo condominio sarebbe perfetto. Se il portiere non fosse giuventino, chi farebbe la guardia alla casa il mercoledì sera? Se la metà di ciò che è scritto fosse vero, questo 2011 sarebbe un fallimento. Se non fosse esistito il Settennato, questo 2011 sarebbe il miglior anno della nostra storia.
Il Napoli è come ognuno ce l’ha in testa. La vita è veramente meravigliosa. Felice di questa squadra e di questo 2011 non cambierei niente, nemmeno Cribari… Serenità, leggerezza e buon 2012 a tutti.
Forza Napoli Sempre
La 10 non si tocca.
Napoli – Genoa 6-1
Recupero I Giornata
Napoli – Genoa 6-1(Cavani 2, Hamsik, Pandev, Gargano, Zuniga; Jorquera)
Un massacro…
Napoli – Roma 1-3
XVI Giornata
Napoli – Roma 1-3 (Hamsik; Lamela, Osvaldo, Simplicio)
Indigeribile…
Novara – Napoli 1-1
XV Giornata
Novara – Napoli 1-1(Radovanovic; Dzemaili)
Settima partita in trasferta e settimo esperimento. A volte immagino lo zio Walter travestito da druido, con una lunga barba bianca, con un cappello afflosciato a larghe tese e gli occhiali appannati dal vapore, a cercare di inventarsi la pozione magica perfetta. Immagino che nella marmitta fumante vi inserisca gli ingredienti e le dosi pensandoci 24 ore al giorno: un po’ di Mascara, le ali di Maggio e Dossena e il cuore di Campagnaro(esempio di una delle tante tentate ricette). Ma poi, a minestra conclusa, recitate le fatidiche filastrocche magiche, la pozione non ha mai dato le soddisfazioni attese. In alcuni casi ha illuso. Buona, colorata, ben dosata, frizzante, ma sempre priva della particolarità principale: la magia. Niente magia, niente energia. Resta una bevanda, una di quelle che puoi andare a comprare anche al supermercato o al bar. Non c’è da scomodarsi troppo con riti e scioglilingua per una semplice Coca-cola o un succo di ananas. Dopo averlo sorseggiato, ci si disseta, in altri casi rinfresca, ma non vien voglia di fare il bis. Ecco, una partita come quella di Novara (o di Bergamo, o di Catania, o di Cagliari, o di Verona) spero di non rivederla per lo meno nel breve periodo. Diciamo che mi ha un po’ nauseato. Cambiano gli interpreti, cambiano i fattori e il dosaggio, ma alla fine la sostanza è sempre la stessa. Come un caffè, al termine degli ennesimi novanta minuti sperimentali, lascia un po’ l’amaro in bocca. Di pozione magica nemmeno l’ombra. Un chilo di Pandev, una mosca Dze Dze e una spolveratina di Hamsik anche stavolta non hanno sortito l’effetto voluto. L’intruglio non ci ha fatto mettere le ali.
In 7 trasferte abbiamo giocato con sei formazioni diverse e mai con i tre tenori dal primo minuto.
In Champions non c’è stato bisogno di scervellarsi troppo. I componenti sono sempre stati gli stessi, salvo casi di infortuni o squalifiche, ma nessun esperimento. C’è da dire che nelle partite di coppa l’incantesimo si manifesta a prescindere dalla formazione scelta dal mister. E’ già nell’aria. Ma è anche indubbio che gli ingredienti siano sempre stati quelli giusti. In campionato invece, a parte le partite di cartello, di magia se ne è potuta trovare solo sugli spalti, quando anche a Novara, una miriade di tifosi ha voluto accompagnare la squadra. Ma il bottino esterno del Napoli con le “piccole” non è all’altezza. Non è all’altezza per lo meno delle squadre che ci sono avanti. Ora, sembra che nella credenza del druido Walter ci saranno altri due principi attivi da utilizzare: la coscia di Britos e una fetta di Donadel. Ci auguriamo che con questi si possa trovare finalmente la formula giusta, anche se non sarebbe male fare una nuova spesa, altrimenti, proviamo con la squadra tipo a Palermo. Per una volta, i titolarissimi in campo in trasferta. A volte basta non cambiare. A volte basta una vittoria per far tornare buoni tutti gli ingredienti, anche quelli lasciati in dispensa. D’ora in avanti si può. In casa è già accaduto.
L’anno prossimo, voglio tornare in Champions. Prosit.
Forza Napoli Sempre
La 10 non si tocca.
Vomito
Ora capisco cosa s’intende quando si dice che la musica triste fa vomitare…
Eccola, eccola qui, l’ho acchiappata. Finalmente dopo giorni e giorni di attesa è tornata imponente la “vena” a bussare alla mia scatola cranica. Potrei parlare di qualsiasi argomento ora, anche di fisica nucleare o di bignè alla ricotta di pecora ma, in realtà, avrei un po’ voglia di vomitare. Ti penso, sì che lo faccio e automaticamente mi viene da bussare all’ingenuità. Nonostante numerosi volontari e in piena coscienza tentativi di cancellare le schiocche rosse dalle gote del buono ed ingenuo boscaiolo, non sono mai riuscito a scorticarmela da dosso, scrollarmela definitivamente. Odiata ingenuità. Credo che si faccia luce da una delle mie centomila scatole. Quella infilata in fondo al cunicolo della cantina più buia dell’anima. Dove forse c’è dentro davvero l’isola che non c’è. Beh, non l’ho mai saputo. Quando ho il coraggio di scendere fin laggiù, e dopo averla tirata fuori dal covone della sua polvere, mi ci siedo di fronte e la osservo, così, ingenuamente. Ed inizio ad immaginarne il contenuto. Credo che ci sia qualche sogno custodito sul fondo. E’luccicante, puro e ricoperto di borotalco ed ovatta come se fosse un neonato. Ma tu lo sai, quando i pensieri cominciano a viaggiare oltre quel limite è un problema fermarli e cercare di esprimerli nella realtà. Ci fa sentire terribilmente stupidi se poi, come può accadere, la stella perde la sua scia morendo oltre chissà quale via lattea. Ed è proprio lì che ammazziamo il bambino, quando il sicario della crescita, come se fosse Erode, commette il suo infanticidio.
E dire che mia infanzia è stata meravigliosa. L’ho vissuta interamente in un giardino. I tre quarti della mia giornata trascorrevano su qualche albero a magiare frutta o a giocare a pallone con i miei amici. A scuola ho rischiato più volte di farmi un bel viaggio all’inferno perché non riuscivo a farmi ammaliare dai libri e quando lo facevo il pensiero si spostava automaticamente all’arancio o alla porta costruita con i pali delle vigne. Ma nel giardino dell’eden prima o poi si viene cacciati e per me, come per Adamo, ci fu la stessa sorte. Con questo non voglio dire che ero un recluso e che quando mangiavo l’aria diversa dal mio giardino mi sentivo come tarzan scaraventato nella civiltà, anzi. Per anni ho giocato a pallone per strada. Ma diciamo che il mio habitat naturale era diventato quella piccola isola verde in mezzo al centro del mio paese. Ero uno dei fortunati. E l’uscita dal paradiso terrestre rappresentò, come per tutti, l’incontro, lo scontro con le piccole realtà che piano piano si sono manifestate lungo il cammino.
L’idealizzazione ha fatto parte di me sino ad essere disintegrata. Il tempo delle forti delusioni ha creato delle voragini profondissime sino a sommergere completamente l’isola che avevo sotto casa. Sono egoista, molto egoista. Spesso sono cinico e in rare occasioni spietato. Ho tradito, sono stato tradito. Ho cercato scappatoie. Ho ammazzato molti dei miei ricordi. Ho demolito il dolore che camminava a braccetto, ma io non lo sapevo, con l’amore. Ho perso il mio Dio. Ho qualche pregiudizio. Ho messo tutto in una tomba e sotterrato. Ma da li sotto, non so se capita solo al mio ingenuo essere, spesso sento l’urlo di tarzan. E’un’eco insopportabile che mi riporta sul mio ciliegio. Quello su cui riuscivo anche addormentarmi. Più che un urlo, è un richiamo, forse sarà la natura. Per cui, volente o nolente, la segreta visita nei sotterranei della mia anima ad ammirare l’ammuffita scatola magica, non riesco di farne a meno. Forse sarà vuota. I presunti sogni potrebbero essere aria puzzolente di chiuso. Ma per lo meno esiste, c’è la scatola dei sogni e questo, spesso, già basta a risollevare. La vita ci deforma sino ad essere robotici e “sistematici” ed io, per difesa e per un paio di visite di Erode il sicario, ho appreso quasi il peggio, ma in fondo, lì in fondo, in barba a tutti i neonati morti ammazzati, il mio piccolo scrigno esiste. E la faccia da “buono” è solo un inganno. L’ingenuità esiste solo con chi è capace di vedere i lati oscuri senza farmene accorgere. Ed io, dopo anni di masochismo, non so più nemmeno cosa significhi perdere il controllo. Sì, ho delle accelerate, un paio di estemporanee follie, ma di base, nonostante una forte timidezza, riesco ad esorcizzarmi, risultando calmo ed ingenuo, mentre magari il sangue mi ribolle. Le barriere architettoniche impediscono sgraditi e destabilizzanti intrusi. L’autoanalisi mi ha reso così. Mi ha spezzato in due ed io salto da un pezzo all’altro vita natural durante senza mai riuscire a far combaciarli. Uomo e animale, animale e uomo.
Ora, con questa melodia che mi avvolge e trasforma la demoniaca bestia nell’angelico ed alato puttino e viceversa, tutto convive. Ma dimmi un po’, la senti questa musica? Forse è meglio se mi prendi in giro. Se ci riuscissi, sarebbe già un miracolo. L’illusione che tu possa ascoltarla come capita a me ora, mi fa sentire meno stupido e non mi fa dare spiegazioni e giustificazioni di un pezzo di carta con tante parole e pensieri senza senso. Per sfortuna non riuscirò a crederti… per sfortuna ti ho idealizzata… eppure ti avevo infilata nella mia scatola… quella in cui campeggia l’isola che non c’è…che non c’è…che non c’è…che non esiste. Ma la musica la senti?
Abbiamo perso entrambi.
Villarreal – Napoli 0-2
VI Giornata Girone A Champions League
Villarreal – Napoli 0-2 (Inler, Hamsik)
“Bye bye City bye bye” è il coretto che si ascolta in tutti i vicoletti adiacenti lo stadio. Il Madrigal è incastonato tra gli edifici e i canti festosi dei tifosi rimbombano nei bar e nelle case di chi ci abita sopra la testa. Le radio, le televisioni, con telecamere e microfoni scorrazzano per cercare di riprendere ogni attimo della gioia immensa che sta dilagando per la città. Il giallo è ormai sbiadito. Lo si nota soltanto quando esce dagli spogliatoi qualche calciatore avversario che si mescola silenzioso tre le onde di questo chiassoso oceano azzurro. Ragazzi che urlano la propria follia mentre in collegamento telefonico ascoltano quella che giunge da Napoli, tra botti e caroselli.
È un tripudio difficile da spiegare. Si va avanti e indietro per la strada principale senza meta precisa. Ci si abbraccia senza conoscersi e si condivide questo attimo di pura gioia. Ogni tanto si apre una porta o una saracinesca e i giornalisti che vi escono sono assaliti con entusiasmo come se fossero Lavezzi o Cannavaro. La mia banda e un altro gruppetto sparuto di tifosi è più fortunato. Improvvisamente, e per pochi istanti, si apre una puerta ben controllata dalla polizia locale. Dalle scale che porta al corridoio, passano prima Gargano sorridente ed imbarazzato e un secondo più tardi lui. Il Matador a tre metri da me con gli occhi prima increduli nel vedere la massa di persone che intanto si gonfia e poi pieni di felicità. Mostra il pugno stretto e poi il ghigno feroce della grinta e della soddisfazione. Dopo questa visione fuori programma e senza preavvisi mi accascio. Sono qui. È tutto vero. Confermo. Non capisco bene ma stiamo scrivendo la storia. Andiamo a bere un’altra cerveza, hic. Offro io.
Bye bye City bye bye…
Forza Napoli Sempre
La 10 non si tocca.
Napoli – Lecce 4-2
XIV Giornata
Napoli – Lecce 4-2 (Lavezzi, Cavani 2, Dzemaili; Muriel, Corvia)
Diamo al Pocho la fascia di capitano.
I simboli sono intoccabili. Ad ogni fine articolo voglio sempre rimarcarlo ricordando che la storia, specie quella gloriosa, va sempre tenuta in bacheca e in bella mostra e mai dovrà essere intaccata. La 10 non si tocca, appunto. La maglia azzurra che fu dell’indiscusso miglior calciatore di tutti tempi non sarà in nessun caso ammainata e senza eccezione rappresenterà in eterno il nostro orgoglio immortale. E’chiaro. Punto.
Dico questo per evitare che si facciano paragoni che non mi sfiorano le meningi.
Il Sommo era tutto e lo si percepiva al momento. Il Pocho è invece ancora qualcosa di indefinibile. Siamo tutt’ora nel bel mezzo della sua carriera e sono certo che il meglio debba ancora arrivare. L’Immenso era, è, e sarà imparagonabile. Il nostro deve ancora mangiare prati immensi per essere accostato a qualsiasi altro monumento, per cui, stiamo parlando di cose, elementi, entità completamente diverse. Altri mondi, altre galassie. Altri infiniti. Penso che anche i più giovani e i più lavezziani concordino su questo fatto. Il Messia non è tornato, non allarmiamoci.
Fatta questa doverosa premessa, devo però ammettere che vedere il Pocho, con la fascia da capitano, mi ha emozionato. Gli sta bene, gli dona e lo responsabilizza. Sembrava persino più bello, eh. Sabato è stato un marziano e non so quanto quella fettuccia scura al braccio abbia avuto il potere magico, come la polvere di stelle, di rinvigorirlo, ma io l’ho visto davvero volare. Con grazia e con forza. Come non so quanti abbiano avuto la mia stessa sensazione. A me è venuto un brivido improvviso, un tuffo al cuore e al passato, raggranellando ricordi ed emozioni che albergano da sempre in me e che d’incanto hanno fatto pensare a Lui e al florido periodo in cui il sogno combaciava con la realtà.
Ho una grande ammirazione per Paolo Cannavaro, così come per Grava (bentornato!) e per il mitico pal ‘e fierro Bruscolotti, che ritengo veri ed inossidabili cuori azzurri ma, secondo la mia opinione, Lavezzi oggi, è il vero capitano del Napoli. E’il vero leader, l’anima. E’cambiato tanto e in questa stagione lo sta dimostrando. Degli episodi che lo vedevano protagonista fuori dal campo se ne parla sempre meno e se lo ravvisano anche indirettamente interprete, egli glissa, sorride, prende il tapiro e guarda avanti. Non è un simbolo, non è ancora una bandiera, e forse Paolo, napoletano doc, può avvicinarvisi di più, ma lo ritengo il capitano a tutti gli effetti perché in molti ci identifichiamo in quel carattere così particolare. Allegro, furbo, generoso, a volte introverso, spesso irriverente e che soprattutto non molla mai, “s’fa sicc ma nun more”. Quest’anno, nonostante sia un lavezziano che esagera affondando l’obiettività in un mare di cuoricini e che s’è lasciato accendere dall’animo folle del piccolo apprendista elettricista, parlo poco di lui. E non ho voluto tessere le sue lodi per non rischiare di essere troppo mieloso e poco equilibrato nei giudizi ma, alla visione della fascia, condita con una prestazione da campione, non ho saputo più resistere. Non è stata però la straordinaria ultima partita a farmi impazzire, sta facendo un grande campionato e in Champions nelle 5 partite disputate è stato sempre uno dei migliori, quella con il Lecce è solo la punta dell’iceberg, perché il Pocho, eccetto i match con Fiorentina e Cagliari, ha dimostrato una maturità e una freschezza fisica e mentale che mai gli può essere stata riconosciuta in passato e, se vogliamo, si può anche dire che in alcune gare, lì davanti, abbia predicato nel deserto. Sono ormai convinto che ora graviti nei pressi del punto più alto di questa parabola napoletana. Il suo primo anno fu eccezionale, certo. Un autentico sconosciuto, rapido e dribblomane, si rivelò la vera rivelazione di quel torneo. All’epoca era più rotondo, aveva il 7, qualche tatuaggio ancora da verniciare e un taglio di capelli tipo Pino la lavatrice. Gli avversari poi hanno iniziato a conoscerlo e a temere, e hanno cercato di limitarlo con moduli tattici alternativi e gabbie difensive in campo. Mentre fuori dal terreno di gioco qualche suo comportamento ha continuato a far storcere più volte il naso non solo ad alcuni tifosi, ma anche allo stesso presidente che in svariate occasioni ha dato pubblici segni “scapigliati” di insofferenza rivolti a lui e al suo fidato procuratore. Tra alti e bassi però, è giunto, insieme ad uno straordinario gruppo, a conquistare un posto Champions inaspettato che tutt’ora rappresenta miglior piazzamento mai raggiunto in epoca moderna. Quest’estate poi, si era paventata anche la possibilità di cederlo, con grandissime palpitazioni da parte del sottoscritto, ma una galeotta clausola rescissoria forse ci salvò. In seguito, tornato dall’Argentina ,con il nullaosta di Mazzarri, che ha sempre puntato su di lui, andò ad allenarsi una settimana in Sardegna per rilassarsi e cercare una tranquillità che la delusione di Copa America gli aveva procurato. Fu criticatissimo per questo, più che delle sue opache prestazioni sudamericane. Così come il mister e la società che, a parere di alcuni, sarebbe diventata schiava delle bizze del piccolo argentino, tanto da influenzare addirittura, le scelte di mercato(Chavez e Fideleff?!) e non solo. Voci, richiami, e finte ammonizioni. Ma si sa, nessuno è perfetto, né io, né lui, né ognuno di noi e questo lato umano, tanto criticato soprattutto per il ruolo che interpreta sotto gli occhi di tutti, a noi che lo amiamo, piace da morire. Ci piace quando corre, contrasta, dribbla, cade, si rialza, tira, si accascia e fa streatching accavallando le gambe per 5 secondi, per poi ricorrere, contrastare, ricadere e rialzarsi… dal primo all’ultimo secondo della partita, senza mai tirarsi indietro, anche nelle sue domeniche peggiori. Ci piace perché è sempre lì e le sue debolezze, che possono essere rappresentate da un paio di gol mangiati o una palla perduta, ci fanno incazzare al momento, ma se considerate a fronte di ciò che fa in campo ogni partita, non possono scalfire quello che invece è il simbolo dell’instancabile campione che si trascina la nostra squadra sulle spalle e mezza squadra avversaria per tutto il campo, per novanta minuti e più.
Sì, lo trovo cambiato. Mi dà l’idea di essere più presente, più maturo e molto concentrato(nell’ultima ha anche azzeccato quasi tutti i calci d’angolo, rarità assoluta). Mi voglio illudere che sia così, e che prima di Natale, con un sogno in tasca, ne segni un altro paio e non si faccia strategicamente ammonire, eh. E soprattutto con una gran voglia di spaccare il mondo e vincere. Ecco. Credo che anche la Champions gli stia conferendo esperienza e maturità e spero che domani faccia i gol che s’è divorato l’anno scorso al Madrigal che ci garantirebbero un traguardo che il Napoli nella sua storia ha raggiunto solo una volta. Venti anni fa, quando non esistevano i gironi e nemmeno i turn over. Turn over che Lavezzi farebbe bene a non osservare, visto che il suo attuale stato di forma gli permette di giocare una partita al giorno. Salvo recupero energie a Porto Rotondo, ovviamente.
Ci piace Lavezzi, da morire. E il coro a lui dedicato sta ammorbidendo anche l’estrema coerenza dei tifosi più legati alla maglia. Sabato infatti , ad un certo punto del match, quel “Olè, olè, olè, olè, Po-cho, Pocho” h riecheggiato per tutta Fuorigrotta, eh.
Ci piace perché piace ai compagni. Ci piace perché piace alla gente. Ci piace perché lui è il 22, l’anima pazza del Napoli che non molla mai. Cavani di sicuro non gli è da meno in questo, ma mi dà l’impressione di essere un po’ più distaccato. Sembra quasi che abbia un’aurea divina che lo ricopra. Quell’aurea da intoccabile che lo scugnizzo carnale non possiede. Il Pocho invece, ha qualcosa di magico. Lo si legge nei suoi occhi. E sono occhi svegli che mi ricordano la strada, la storia e Qualcuno del passato che l’ha già fatta…
La 10 non si tocca, ad aeternum, ma diamo la fascia di capitano al Pocho.
Forza Napoli Sempre

