Lettera a Riccardo

Posted by lapo2001 on mag 19th, 2010

Via dei cappuccini, secondo piano, interno 281 (29 dicembre 2005)
Ciao Riccardo. Oggi sono venuta a cercarti. Era iniziata strana come giornata. Ho dormito male perché ieri ho discusso con mia madre per motivi che non c’entrano niente con noi. Ho sognato cose cupe, credo, mi ricordo un furto e una mia capacità di prevedere le cose nel sonno, non so bene. Il cielo era nuvoloso, mi sembrava proprio il giorno adatto per fare quello che avevo deciso. Sono uscita presto, ho accompagnato Marco al garage e poi ho proseguito verso il fioraio. Ti ho preso cinque gerbere, bianche ed arancioni, i miei fiori preferiti, magari piacciono anche a te.
Ero un po’ in tensione per l’incontro con Tiziana. L’ultima volta che l’avevo vista avevo poco più di vent’anni e lei cercò di convincermi che dovevo fare io il primo passo per recuperare un rapporto con mio fratello perché ero io la più grande. Il risultato fu una notte insonne trascorsa a piangere a dirotto e altri dieci anni di lontananza da Daniele.
L’appuntamento era all’emiciclo di Poggioreale perché lei conosce la strada da lì e non avrebbe saputo spiegarmela per telefono. Che poi in realtà morivo dalla voglia di superare anche lo scoglio Tiziana, perciò ero anche contenta di incontrarla. L’ho vista lì, sotto la discesa del cimitero ed era invecchiata, i capelli tinti, una finta pelliccia nera addosso e il jeans con le scarpette da ginnastica sotto e ho pensato che poverina anche lei che ha dovuto fare tutto da sola. Ho pensato che sei stato sfortunato: lasciare la tua famiglia e crearne una nuova e poi lasciare anche quella per fatalità.
Ci siamo incamminati a piedi, Tiziana, Daniele ed io, per la salita e il cimitero non mi faceva paura e cercavo in giro, magari avessi incontrato le tombe dei miei bisnonni, mi avrebbe fatto piacere salutarli. Quante facce sulle tombe, quante storie, chissà quanto dolore, mentre noi scherzavamo per mitigare la tensione dell’incontro. L’edificio alle cui spalle ci siamo incamminati mi aveva colpito da lontano, neanche fossi tu che mi stavi chiamando. Una sensazione di calore, di luce, era bellissimo. Alla fine, costeggiando il muro del cimitero nuovissimo è apparso il tuo palazzo, quasi un condominio. Abiti in via dei Cappuccini, secondo piano, interno 281. Al piano di sotto c’è una famiglia inglese, magari chiedi loro del sale quando ti serve, per curare le ferite, magari. Eravamo così piccoli, Daniele ed io in confronto all’immensità del posto. La tua faccia accanto a quella di nonno Vittorio non era cambiata neanche un po’, come quella della foto che ho nel portafogli. Eppure mi ero chiesta per tutto il tragitto se ti avrei trovato invecchiato, ma eri uguale, identico e, come al solito, neppure una data, nulla: “Vittorio P. per sé ed i suoi cari”, nulla di più.
E così sei accanto al nonno che mi regalava i libri di Walt Disney, pensa tu, vi fate compagnia, che bello. Daniele si è arrampicato su una scala per portarvi i fiori: a te le mie gerbere, a nonno i fiori di campo che aveva portato Tiziana e sono stata contenta perché le mie gerbere ce le hai tu, ti ho donato qualcosa di mio, i miei fiori preferiti. Siamo stati un po’ lì davanti e poi ti ho detto, tra me e me, “hai visto? Siamo venuti insieme, i tuoi figli, così diversi, l’avresti mai detto? Siamo qui”. Chissà se mi hai sentito, ci guardavi zitto, anche se lo so che sorridevi.
Al ritorno Tiziana ci ha fatto compagnia per un pezzo di strada. Mi ha detto che hai commesso tanti sbagli, alcuni clamorosi e che ti ha detto spesso che avresti dovuto cercarmi, recuperarmi da qualche parte, in mezzo al caos di sentimenti in cui mi avevi lasciata, ma che tu eri disarmante, ogni volta ed ogni volta le dicevi: “non ti preoccupare, lei è come me, lei capirà”. E ti ho capito, Riccardo, ti scrivo per dirti questo, che ti ho capito. Che non te ne faccio una colpa, che anche a me è capitato di preferire di scappare, e sperare che le cose tornassero a posto. Ti comprendo e sono contenta di averti trovato e che sei nella mia città, non a Trento, dove eri andato a cercare una nuova vita. Da oggi so dove trovarti e ne sono felice. Sei morto il 23 dicembre e forse è per questo che le morti sotto Natale mi fanno soffrire tanto, come quella di Claudio. Oggi è 29 e la mia visita acquista ancora più significato. Forse è questo che intendeva la mia bisnonna in sogno, pèttinati voleva dire sciogli i nodi, gli ultimi che restano da sciogliere nella tua vita. Magari l’hai incontrata, girando tra le tombe, e le hai chiesto di me e se le avessi mai parlato di te. Hai visto, alla fine, che non ti abbiamo dimenticato? Nonna Peppa, forse, voleva dirmi questo. Ti comprendo, giuro che ho capito. E ti perdono. Per la prima volta da quando ho saputo che sei morto piango di nuovo e credo sia un bon segno. Buon anno, a modo mio. Tua figlia, Ilaria

Ilaria P.

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