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Miraggi | Salviamo Peter Pan

Miraggi

Posted by lapo2001 on ott 15th, 2009

Miraggi – A. Venditti

Un martello che violentemente mi ricorda questi giorni, queste sensazioni. Sempre con la stessa frequenza. Come se non bastasse tutto ciò che già ho in questo confuso microuniverso.
Colpisce forte sulle mie poche certezze e sui milioni di dubbi che ho. Ed anche quando non è qui, nei paraggi, sotto casa o sotto il cuscino, fa tremare i miei polmoni, le ossa, l’anima, il cuore e lo sento lontano con quel terribile tonfo riecheggiare nell’aria… interminabile… infinito. Scava nei miei nascondigli oscuri e toglie i colori che in tutto questo tempo mi sono costruito strenuamente ed ho voluto. Ad uno ad uno ha assorbito ogni tinta e ogni sfumatura, rendendo tutto ciò che ho intorno un mesto quadro anemico di qualche assurdo deserto.

Non riesco a scrivere come qualche tempo fa. O meglio, tutto ciò che scrivo, sembra non appartenermi. Il giorno dopo quando rileggo i miei chilometri di fogli o la miriade di file, mi chiedo “chissà cosa volevo dire?”. Mi sembra di non avere più la capacità di esprimere ciò che si muove qui dentro. E la cosa che più mi destabilizza non è l’incontrare il solito di turno che mi dipinge come uno psicopatico da compatire o da visitare che mi dice da sempre “tu nun staie bbuon”. Ciò che mi provoca malumore è il deserto e il martello che me lo ricorda. Mi sembra di accodarmi alla fila dei soliti di turno e spesso mi ripeto con violenza “tu nun staie bbuon”. E pensare che di questi tipi ho sempre riso e ne ho fatto la mia forza.
“Dai Giggì, scrivi un pò di questo fatto o di questo episodio, ma perchè non lo fai più? Facciamoci due risate”, le parole di qualche amico attento che in questi giorni mi ripete.
Ma come posso spiegare che all’improvviso non riesco più ad osservare, più a sentire? C’è un immenso panorama soleggiato, meraviglioso ed assordante che riesco a percepire a malapena solo come se fosse un film di Charlie Chaplin, muto e in bianco e nero. Svuotato, in ogni margine, le parole non mi bastano. Non mi innamoro di ciò che tiro fuori. Non so spiegare.
Mi sono appeso alle immagini, ho fatto un sacco di foto e ho creato dei fotomontaggi. E’ l’unico modo in cui sfogo la mia voglia estrema di farmi sentire e di sentirmi soprattutto. Ho smosso le acque calme, tiepide e trasparenti di questa eco martellante ed incalzante. Forse qualcuno non ha gradito. Tra poco ne farò uno di me stesso abbastanza ridicolo in modo da pareggiare i conti con chi ho “maltrattato”. Ma non basta, non può bastare.

Questo video l’ho montato pensando a qualche giorno di questa sfrenata estate che è andata via, in cui i colori e i pensieri erano vivi e nitidi, in cui tutto percepivo e facevo mio, anche sott’occhio. Ho pensato al possibile e all’impossibile, a quella spiaggia, alle quelle danze, a quei movimenti sinuosi intorno al fuoco, a quegli occhi neri, ai piedi nudi e a quella straordianaria bellezza. Ho pensato a questa vecchia canzone del mio Venditti, una canzone che mi insegnò a vedere le stelle, anche se poi, non ce n’era una, ma che ricordo. Ho pensato alle fiamme, all’acceso colore e al calore che emanano. Ho pensato a me stesso e a te che me l’hai tirata fuori. A te che, come quelle stelle di un tempo, non esisti, ma che devi stare sempre lì. Almeno così, anche in questo deserto, anche col martello che vuole sbriciolarmi i pensieri, c’è una ragione per trovare una danza bella come te, come una zingara… intorno al fuoco…dentro un miraggio…

Di questo video mi sono innamorato.

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